Anche a Fiesole Dio ha avuto bisogno degli uomini
IL CAMERIERE Nello Casini morì il giorno 10 aprile senza sacramenti:
era comunista convinto. Il funerale venne fissato per l'indomani sera
alle 8: a Fiesole tutti i trasporti si fanno all'ora di notte, quando
suona l'ultima campana. Si pensò di farlo e in forma religiosa dal
momento che il povero Casini non aveva espresso la precisa volontà di
essere portato al cimitero in forma civile. Quanto ai sacramenti erano
stati i familiari a non parlargliene, conoscendo le sue idee. Il
parroco di Fiesole non si rifiutò; chiese però ai parenti che i
comunisti s'impegnassero con una dichiarazione scritta a non
intervenire al funerale con le bandiere rosse. I famigliari stavano per
firmare quando i comunisti glielo impedirono. Allora il vescovo,
monsignor Giorgis, proibì al parroco di Fiesole di accompagnare il
defunto. Quando nel tardo pomeriggio dell'11 aprile, gli abitanti di
Fiesole si recarono a Borgunto dov'era la casa del morto, trovarono
molte donne col velo in testa che piangevano. Accanto a loro col volto
serio e compunto, c'erano tutti i comunisti ed i socialisti di Fiesole
colle bandiere rosse. Con loro c'era il capoguardia della
Arciconfraternita della Misericordia del paese: l'operaio della Selt
Valdarno Lorenzo Breschi, assessore per il PCI ai Lavori Pubblici nel
comune di Fiesole. Appariva nervoso, quasi sconvolto. Improvvisamente
il suo volto assunse un'espressione dura, come se egli avesse deciso
qualcosa di molto importante. Si volse ad alcuni uomini sparpagliati
per la strada e disse: "Andiamo". Tornarono tutti poco dopo.
Indossarono le sopravvesti nere dei "fratelli" della Misericordia, e si
erano calati il cappuccio dal quale appaiono solo gli occhi, avevano
cinto i grossi rosari e portavano il crocifisso, il catafalco con la
coltrice giallocrociata, e tutti gli arredi che occorrono per i
funerali religiosi. Si diressero alla casa di Nello Casini, poi, quando
dalla cattedrale la campana suonò a morto, il corteo si mosse.
Era un corteo religioso senza preti. Lo apriva il Breschi che portava
la croce e recitava a voce alta e solenne le preghiere dei morti.
Subito dietro, portato a spalla, veniva il catafalco. Quindi, in due
file staccate che toccavano i lati della strada, ad un metro di
distanza l'uno dall'altro e con la torcia accesa in mano, avanzavano
una sessantina di "fratelli" della Misericordia, anche loro
salmodiando. In ultimo, la folla: i compagni di partito con otto
bandiere rosse, il sindaco di Fiesole che è comunista, il medico
condotto dott. Giovan Battista Naldoni che è anche lui comunista, i
familiari, e quasi tutti gli abitanti di Fiesole.
Al loro passaggio gli uomini si levavano il cappello, le donne si
inginocchiavano come quando in processione passa il Sacramento. Giunti
al cimitero, mentre la folla sostava nel buio, i "fratelli" con le
torce si disposero in quadrato intorno alla fossa. Vennero avanti i
familiari ed il sindaco, i compagni del morto abassarono le bandiere
rosse. Si fece un gran silenzio. Poi, reggendo il crocifisso, il
Breschi che un tempo era stato sacrestano nella vicina parrocchia di
Muscoli pronunciò a voce bassa e calma il De Profundis e quanti si
ricordava delle preci dei defunti. Il servizio funebre si concluse
così. Non vi fu nessun atto o parola che potesse suonare vilipendio
alla religione. Il reato di vilipendio è punito ai sensi della legge e
i comunisti avevano voluto dare una prova di serietà e di convinzione
religiosa. Lorenzo Breschi era stato il regista del funerale
sostituendosi al prete come il pescatore del film "Dio ha bisogno degli
uomini" che prima di ottenere il premio del Festival suscitò tante
polemiche. Ma il Breschi non ha visto il quel film, ed è probabile che
neppure un terzo delle persone che componevano il corteo lo abbia
visto. La cosa era nata spontanea: si tratta di gente semplice. Come la
maggioranza dei comunisti di campagna il Breschi ha una strana,
contraddittoria personalità. Crede nel suo partito allo stesso modo in
cui credo in Gesù Cristo e nei Santi. Frequenta le riunioni di cellula,
esplica fino in fondo il suo compito di assessore comunista ma è un
cattolico osservante e qualche volta va alla messa. Per San Carlo serve
all'altare. È un uomo di quarantun anni, buono e gioviale, e fin da
ragazzo ha sempre avuto una passione: far parte della Misericordia alla
quale a Fiesole appartengono tutti, compresi i comunisti e socialisti.
La domenica successiva nelle chiese di Fiesole i sacerdoti lessero una
notificazione del Vescovo in cui deplorava "la palese violazione dello
Statuto della veneranda Arciconfraternita della Misericordia avvenuta
durante un trasporto funebre privato in accompagnamento religioso, con
l'arbitrario innalzamento della bandinella col crocefisso e la ridicola
ostentazione del magistrato nelle funzioni proprie del sacerdote" e si
preconizzavano "le più gravi pene contro i trasgressori se il fatto si
fosse ripetuto". La notificazione scritta venne appesa sul portone
della città cattedrale. La sera stessa i comunisti si riunirono per
discutere il piano di battaglia.
Si recarono quindi preparatissimi alla assemblea generale indetta nella sede della Misericordia per la domenica 22 aprile.
Alla assemblea prese per primo la parola il Provveditore della
Arciconfraternita, un monsignore della cattedrale. Illustrò con voce
triste e severa gli articoli 5, 68 e 69 dello Statuto che prescrivono
gli obblighi religiosi dei soci e le forme della loro partecipazione ai
trasporti funebri. Disse che in un ente religioso non si può scavalcare
la autorità ecclesiastica, e che mettere in discussione o criticare le
deliberazioni del vescovo significa ribellarsi apertamente alla Chiesa.
Rispose il capo della Federterra, Tosello Pesci, parlando anche a nome
del Breschi: "Cosa vuol dire", disse, "se siamo comunisti. Noi siamo
anche cattolici: battezzati e cresimati. E vogliamo accompagnare
religiosamente i nostri morti anche se voi non lo volete. Siamo la
maggioranza nella Arciconfraternita e per San Borromeo paghiamo la
nostra quota. L'atto arbitrario l'avete fatto voi ecclesiastici a
impedire il trasporto, non l'abbiamo fatto noi. La campana a morto che
chiama e raccolta i "fratelli" suonò regolarmente e noi ci radunammo.
Il compagno Casini non aveva mica detto di volere un trasporto civile.
Che male c'è se noi abbiamo pregato per la sua anima?". Tuttavia, prima
che la riunione si sciogliesse, tutti promisero che il fatto non si
sarebbe più ripetuto.
L'unico a non dichiararsi convinto fu il Breschi. "La religione ce
l'abbiamo dentro", diceva, "non c'è bisogno di tanta gente per arrivare
a Dio". Diventò chiuso e malinconico; i fiesolani non sapevano che
pensare di lui. Nel primo pomeriggio di lunedì gli accadde un grave
incidente sul lavoro. Uno dei grossi e altissimi pali di cemento che
sorreggono le linee elettriche gli cadde sulla gamba sinistra
schiacciandogliela e fratturandogli il femore. E lui rimase in terra
urlando: "Madonnina mia, Madonnina". Il giornalista Hombert Bianchi che
si trovava lì per caso fece a tempo a scattare una impressionante
fotografia mentre gli altri operai, incapaci perfino di prestare
soccorso tanto erano sconvolti, narravano che il giorno prima, al
medico condotto Giovan Battista Naldoni, era capitato un altro grave
incidente. Mentre passava per quella strada la motocicletta,
inspiegabilmente, aveva cominciato a sbandare ed egli era andato a
batter nel muro, ferendosi alla faccia. Tanto lui che il Breschi sono
ricoverati in serie condizioni all'ospedale.